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SPREENGWEEKEND Quindi, domani vangherò l’orto di mia madre. Poi me ne andrò verso est per il weekend.
Riuscirò anche, probabilmente a vedere la puntata 14 della terza serie di Lost. Non vedo l’ora, le ultime due puntate sono state favolose. Rileggetevi il post sull’Africa. Che non riesco più a scriverne. Troppo sconvolgente. Ah, ecco, sto per accontentare metà di Eurocobra. Buon weekend. Baci. ![]() postato da: buldra | 20:37
| commenti (2) |1| per protesta contro la società che mi opprime sto ascoltando “hey stoopid” di Alice Cooper. Canzone la quale inizia con i versi illuminanti: “hey bro, take it slow, you ain’t living in a video”. Che più o meno si può tradurre “hey fratello, rilassati, non stai vivendo in un viedoclip”. La canzone contiene anche uno degli assoli più tamarri del grandissimo mio idolo giovanile: Joe Satriani. La prossima canzone che mi ascolto mi sa che sarà “fallen angel” dei Poison. Non so se mi spiego.
|2| da Vespa stasera parlano di nuovo del delitto di Cogne. E io d’istinto mi riascolto la canzone di cui sopra. |3| su MTV c’è Alex Infascelli che presenta “brand new”, e lo fa con una supponenza talmente ipertrofica che non è possibile credere che si prenda sul serio. Invece si prende sul serio, nel far finta di non prendersi sul serio. Il che è molto peggio dell’essere snob al contrario, come il sottoscritto. Il mio snobismo al contrario deriva dalle mie radici sottoproletarie. Mica pizza e fichi. Eccheccazzo. |4| sono vagamente euforico perché mi sono tolto dai coglioni una faccenda piuttosto fastidiosa che si trascinava da giugno dell’anno scorso. È stato divertente. E sono soddisfatto dell’assegno. E ho fatto tutto da solo. Mi sento orgoglioso di me stesso. Bravo Buldra. |5| comincio a capire ciò che potrei fare di qui ad un annetto, nella mia insignificante vita. Tra le varie cose sicuramente un’altra capatina in Africa ci scappa. Vero Venusia? |6| Alex Infascelli parla come Silvio Muccino che tenta di imitare Enrico Ghezzi. Sta parlando di omosessualità, citando il Giovane Holden e Gus Van Sant. Perché quest’ultimo vuole portare l’universo gay nell’ultimo video dei Red hot Chili Peppers. Per favore qualcuno fornisca di comodo e pratico badile il vecchio Alex Infascelli. Provvederò io a spiegargli come e perché convenga che cominci a spalare merda di gorilla allo Zoo di Mombasa, piuttosto che continuare a parlare di musica. |7| allora, stasera la frase “non credevi nel sistema ma ti sei sbagliato, è il sistema che ha creduto in te” è aumentata di almeno venti punti di metronomo. E si è magicamente trasformata in “non ti sei sbagliato affatto: il sistema ti ha fottuto”. E tutto ciò farà parte del mio disco solista. Quello che nessuno pubblicherà mai. |8| Dopo tutto questo il mio fido Mac G4 ha smarrito per l’ennesima volta senza motivo apparente il “system file”. Un’altra delle ragioni per cui non vedo l’ora di finire con le mie canzone è che finalmente potrò rasare gli hard disk del mio povero G4 e reinstallare tutto daccapo. Ne ha davvero bisogno. Sono 5 anni che tira la carretta. |9| sono nove settimane che non fumo. Ieri notte ho sognato di fumarmi due Marlboro. E nel sogno mi incazzavo con me stesso per tale gesto che vanificava i miei sforzi disintossicanti. Poi mi sono svegliato, e ho tirato un sospiro di sollievo. Era solo un sogno. Non ho ricominciato a fumare. Meno male. Un giorno ricomincerò. Lo so. |10| il mal d’africa esiste. ![]() postato da: buldra | 01:10
| commenti (3) L'AFRICA [è la verità ] Non è per niente facile, ma cercherò di spiegarlo lo stesso. La prima cosa che ho visto è stata una distesa di palme, sterminata, ed in mezzo alle palme degli specchietti per le allodole. Ma mi ci è voluto poco per capire che non erano specchi, ma tetti di lamiera. Perché stavo guardando dal finestrino del boeing 757, stavo atterrando a Sone Town, capitale dell’isola di Unguja. E quindi capitale dell’arcipelago di Zanzibar, Tanzania. È in quel preciso istante che ho capito che ne era valsa la pena. Non aver dormito per tutta la notte. Schiacciato tra due sedili scomodi di una macchina volante. Ho capito in quel momento che ne era valsa la pena. L’ho capito ancora di più quando siamo usciti sulla scaletta, e trenta gradi umidi al novanta per cento ci hanno aggredito la pelle e i polmoni. E sapete una cosa? Mi piaceva. La temperatura. Il caldo. La pista sgarruppata dell’aeroporto. Il verde assurdo e abbagliate delle piante. Mi piaceva. Ero in Africa.
Da quel momento è tutto precipitato. Perché è stato tutto troppo nuovo, troppo diverso, e troppo stimolante per poter pensare ad altro. Ecco l’effetto che mi ha fatto l’Africa. Ho perso l’uso della parola per tre quarti d’ora. Perché il mio cervello si è messo di scatto in modalità “apprendimento”, e ha spento tutte le altre funzioni. Perché tutte le sovrastrutture mentali costruite con dovizia di particolari in trentatre anni di vita, a Zanzibar, in Africa, non ti servono a un cazzo. A niente. Zero. E quindi la mia testa si preoccupava solamente di registrare tutto, ogni particolare, etichettarlo, ricordarlo e pensare, collegare e fare ipotesi su tutto quello che vedevo e che vivevo. Ogni minuto. Ogni secondo. Come posso spiegarvi come ho fatto a recuparere le valigie al bancone mentre tutti davano mance, perché non c’è il rullo, no ci sono questi addetti alle valigie che sbattono le valigie a caso sul bancone e tutti a dare un euro o un dollaro a questi africani, ed io a bocca aperta, e tutti a volersene andare al più presto ed io che pensavo che invece era bellissimo tutto quel maledetto casino, e allora mi metto ad urlare anche io e vedo le valigie e dico dammi le valigie….nel caos. Trentagradi. Novanta per cento di umidità. Ancora in modalità “apprendimento”. Ma apprendimento spinto. Il cervello trasformato in una spugna che trattiene l’umidità africana. Perché voglio tutto. Voglio capire tutto. E poi prendi il pulmino del villaggio. E nel tragitto dall’aeroporto al villaggio. I 60 minuti forse più sbalorditivi della mia vita. Ho visto più vita fuori dal quel finestrino in un ora di tragitto, che in trentanni di Europa. Ve lo giuro. È così. Non parlavo. E Venusia mi guardava, bellissima, e io zitto. Perché non puoi parlare di fronte ad una vita così viva. Vivida. Non puoi mica chiccherare. Non puoi perdertelo lo spettacolo dei bambini, della gente in motorino, dei negozi a cielo aperto, della gente, un mare i gente, dei villaggi fatti di capanne di fango. È una cosa che ti investe in pieno. Vi giuro. Io non capivo più niente. Ogni metro di percorso vedevo qualcosa di nuovo. Un motorino, una casa, una pianta, un pezzo di cielo, una vacca, una scuola musulmana, una donna colorata, un albino, un negozio di biciclette, un parrucchiere, un falegname che costruisce letti zanzibarini, un bar, un fruttivendolo, un contadino, una risaia, un albero di banane, una strada sterrata, un autobus aperto, un dala-dala…… Nei giorni successivi abbiamo girato l’isola. Con le guide Zanzibarine. Ed è stato bellissimo. Perché la mia testa continuava ad essere vuota, ad essere spugna. A vedere cose nuove e fare cose nuove. A me l’Africa mi ha trasformato in un bambino di trentanni. E per questo io le sono immensamente grato. Ecco. Abbiamo visitato Stone Town, siamo entrati dove tenevano gli schiavi a morire. E chi non moriva lo prendevano a bastonate. E più resistevano alle bastonate più il loro prezzo saliva. Abbiamo visto minareti musulmani condividere lo spazio con cattedrali cristiane. Abbiamo girato per le strette vie coloniche contrattando manufatti in ebano. Siamo entrati nel mercato del pesce. Il luogo più allucinante che io abbia mai visto. L’odore più forte che io abbia mai annusato. Bellissimo. Poi siamo andati nella foresta e abbiamo annusato la corteccia della cannella, l’erba citronella, la noce moscata, la vaniglia e tutte le altre spezie. Poi siamo andati nelle spiagge a nord, le più belle. Le spiegge di Nungwi e Kendwa. Con l’acqua dell’Oceano Indiano a pavoneggiarsi nel suo trasparente turchese. A regalarci panorami e colori mai visti prima d’ora. E il cervello che ancora arranca stremato da tanti stimoli. Visivi. Olfattivi. Gustativi. Eh si, perché poi il giorno dopo durante il Safari Blu ci hanno cucinato le aragoste alla griglia, poi un albero di seicento anni crollato su un fianco che continua a crescere. Poi il giorno dopo. Ecco il giorno dopo. Credo fosse una cosa tipo sabato 17 marzo, al largo di Kizimkazi, su una tipica imbarcazione di pescatori locali, un Dohw, abbiamo incrociato un branco di delfini, ed io mi sono buttato in mezzo a loro. E loro erano almeno trenta delfini. E io ci ho nuotato insieme sott’aqcua. Io e i delfini, per dieci secondi. Da soli. Dentro l’Oceano indiano. Ed io ho maledetto, per un istante, di avere i polmoni troppo piccoli. In mezzo ai delfini. Dentro l’oceano indiano. Non è poesia. È successo davvero. Ed avevo i polmoni troppo piccoli, altrimenti starei ancora nuotando con loro. Poi il giorno dopo dentro il villaggio di Pwani Mchangani. Da soli. Avere quasi paura. E riuscire a comunicare con gesti semplici. Con qualcosa che va indietro nel tempo. Comunicare con venti bambini. Sulla spiaggia di Pwani Mchangani. Disegnando sulla sabbia. Giocare con venti bambini africani. Farli ridere. Farli correre. Farli scappare. Senza pensieri. Fare queste cose straordinarie. Questa è la mia Africa. Quel poco che ho visto. Quel moltissimo che ho vissuto. Io penso che qui, in Africa, è tutto vero. Una casa è una casa. Una bicicletta è una bicicletta. Un’aspirina è un’ aspirina. Un uomo è un uomo. Un bambino è un bambino. Il sole è il sole. E Venusia è Venusia. Buldra è Buldra. Le sovrastrutture mentali che ti hanno costretto a costruire con dovizia di particolari, in trent’anni di vita, qui non ti servono a un cazzo. Perché qui la vita. È. Vita. E noi abbiamo cervelli troppo piccoli, come i nostri polmoni, non riusciamo a stare dietro ai delfini. L’Africa è un delfino madre dentro l’oceano indiano. postato da: buldra | 23:35
| commenti (3) MAISHA ![]() ![]() ![]() ![]() ![]() ![]() ![]() ![]() ![]() postato da: buldra | 23:37
| commenti (6) MOTHER AFREEKA Siamo la generazione
Che avrebbe dovuto puntare ai sogni Ma alla fine Viziati Non ce la facciamo quasi mai E ci arrendiamo Presto o tardi A farci il culo Per restare a galla Nell’effimero Ed arredare arcipelaghi Vado in Africa A conoscere un’isola Chissà che al mio ritorno da sotto l'equatore Non mi torni la voglia E la cattiveria to chase some dream Baci ![]() postato da: buldra | 21:09
| commenti (6) SOUTHPOLE Agosto è il mese più freddo dell’anno
L’inverno si sposta sei mesi in avanti E non è il polo sud Qui non è il polo sud [ “agosto”-Perturbazione- album: “in circolo”] insomma, diciamo che la canzone qui sopra dei Perturbazione è stata una piacevole scoperta. Soprattutto perché rispecchia in maniera abbastanza precisa come mi sto sentendo in questo momento. Rispetto al mio essere musicale. Al mio rapporto con la mia musica intendo. Al fatto che non è il Polo Sud. Ma fa freddo. Un freddo cane. Ma ho un paio di idee per accendere un discreto fuoco. Dai, Buldra, che ce la puoi fare. Mettile in pratica. Dai. Se non è vero che hai paura Non è vero che ti senti solo Non è vero che fa freddo Allora perché tremi in questo agosto [ “agosto”-Perturbazione- album: “in circolo”]
postato da: buldra | 00:53
| commenti (3) I AM NOT A NUMBER I'M A FREE MAN Oggi ho avuto paura di non esistere. Per davvero. Ma andiamo con ordine, perché questa è una storia cominciata un paio di settimane fa. Dunque, come tutti sapete devo espatriare, cambiare continente proprio. E quindi il 20 febbraio scorso telefonai alla questura della mia città per sincerarmi sulla validità del mio passaporto. Chiesi precisamente se dovessi rinnovarlo o rifarlo da capo, visto che il mio documento risultava scaduto dall’agosto 2005. L’agente all’altro capo del telefono mi rispose che, siccome il passaporto era scaduto da più di 6 mesi, dovevo rifarlo daccapo. Il giorno seguente, quindi, mi presentai in questura munito di ricevuta di versamenti per il bollo e per il libretto, nonché munito di numero 4 foto-tessera. Dissi all’agente dello sportello passaporti che dovevo ri-fare il mio documento, perché era scaduto da più di sei mesi. Ed è qui che le cose si sono complicate. E qui, proprio in questo istante che ho cominciato a sparire. Nel senso burocratico del termine. Eh già, perché quest’altro zelante agente femminile, mi disse che non occorreva ri-farlo il passaporto, ma che bastava rinnovare quello che già avevo per le mani. Io rispondo che mi era stato detto il contrario. La tipa in divisa insiste che basta rinnovarlo. Anche perché per rinnovarlo ci mettono una settimana/dieci giorni, mentre per rifarlo nuovo ci impiegano un mese. A questo punto, siccome devo partire l’11 marzo, la poliziotta mi dice che lo rinnoviamo, ma che contestualmente facciamo domanda per quello nuovo, per non perdere i versamenti che ho fatto. All’altto del rilascio del nuovo passaporto, di lì ad un mese, avrei dovuto riconsegnare il quello vecchio (nel frattempo rinnovato). Compilo così DUE domande, una di rinnovo ed una di rilascio del documento. La poliziotta mi consegna DUE ricevute con le quali da lì a dieci giorni ritirerò il passaporto vecchio rinnovato ( che nel frattempo trattiene ); tra un mese con l’altra ricevuta ritirerò il passaporto nuovo, elettronico e superfigo. Ed io me ne vado contento di aver salvato capra e cavoli. Poi però a casa mia, memore anche del mio 30 in diritto pubblico, mi metto a pensare quanto sia strano che io possa avere contemporaneamente un passaporto rinnovato VALIDO ed uno nuovo anch’esso VALIDO. Ma lì per lì non ci penso più. Mi fido della Polizia di Stato e della questura. Questa mattina invece mi devo rimangiare tutto. Perché scopro di non esistere. Ecco perché.
Mi reco in questura, e allo sportello passaporti presento la ricevuta per ritirare il passaporto rinnovato. Il passaporto non c’è. La signora dello sportello mi dice che è strano che non ci sia, perché la tempistica è quella giusta. Io comincio un po’ a preoccuparmi. Preoccupazione che aumenta esponenzialmente, dopo che la tipa controllando sul suo terminale mi chiede se sono sicuro di non avere pendenze penali. Io rispondo ovviamente che sono sicurissimo. E che devo partire lunedì. Lei mi risponde che probabilmente è solo una questione di tempistica e di ripassare venerdì. Io insisto che non è possibile e che la collega mi aveva detto che il mio passaporto era pronto alla fine della settimana scorsa e che quindi non mi fido. Lei mi risponde che non è colpa sua e che se voglio posso andare all’ufficio passaporti. In fondo al corridoio. Dopo la porta a vetri. A destra. Ed io mi avvio nel corridoio. Con la sensazione di non esistere addosso. Entro nell’ufficio. E sono sicuro di non esistere perché non c’è nessuno. È deserto. E quindi non esistendo io non avrò mai il mio passaporto. E non potrò partire. Perché se non esisti non puoi nemmeno andartene da un posto. Dove cazzo vai se non esisti? Poi succede quello che succede sempre in Italia. Intravedo dietro un vetro la figura bionda e familiare del poliziotto che fa da piantone al seggio elettorale di cui io sono Presidente. Cioè avete capito il volo pindarico? Il poliziotto di guardia al seggio elettorale di cui io conto le schede e i voti. Proprio lui, lavora all’ufficio passaporti. E sia benedetto il lavoro di presidente di seggio ed il mio carattere estroverso che mi porta a chiacchierare anche con gli sbirri. Il tipo mi riconosce, e lavora lì, all’ufficio passaporti. Io gli dico che sono lì per ritirare il mio passaporto rinnovato. E lui mi prende la ricevuta di rinnovo e si mette a cercarmi. Cioè a cercare il mio fascicolo. Che non si trova. Perché è ovviamente in fondo ad un cassetto. Io sto aspettando dietro il vetro. Non posso intervenire. Ma faccio un gran tifo per il mio amico poliziotto biondo che ha in mano il mio fascicolo verde. Da cui, attenzione, estrae il passaporto (quello vecchio), me lo mette davanti al naso ed esclama: “allora questo lo straccio no?” Ecco, io riesco a non svenire e dico “ma veramente ero qui perché dovevo ritirarlo rinnovato” E lui mi dice che no, che io ho fatto domanda per un passaporto nuovo e non per il rinnovo. Allora io gli spiego che le domande le ho fatte tutte e due. E lui mi dice che non è possibile perché un cittadino non può fare due domanda, una di rinnovo ed una di rilascio, perché un cittadino non può mica avere due passaporti. E io estraggo la ricevuta di rilascio e gliela porgo. Lui si trova con TUTTE E DUE le ricevute in mano, mi guarda e dice che non è possibile, che i suoi colleghi di la non hanno capito niente. E dice che devo aspettare cinque minuti. Che il passaporto arriva. Poi si allontana, va a parlare animatamente con un ulteriore collega, che scuote la testa. Strappa le due ricevute. Prende un passaporto vergine. Si mette al lavoro. Distrugge il mio passaporto vecchio. Fa tutta una serie di cose che io non so. Usa anche una macchinetta elettronica. Poi cambia stanza. Poi esce e mi mette in mano il mio passaporto. Nuovo. E mi dice che con questo posso andare dove voglio. Fino al 2017. Io lo ringrazio, gli dico che ci vediamo al seggio, tra poco probabilmente. Gli chiedo cosa devo dire alle colleghe di là. Mi dice di far finta di niente, e di fare ciao ciao con la mano. Io guardo il mio passaporto nuovo. Ed un po’ mi tremano le mani. Lo apro. Controllo. Sono proprio io. I dati sono giusti. Poi penso a tutti i poveri immigrati che cazzo devono passare. Ogni anno, ogni sei mesi. E penso che almeno io esisto. Almeno. Fino al 2017 postato da: buldra | 21:26
| commenti (9) WORLD TURNS, BROTHA Eh, il mondo gira, il mondo va. Lui certo non si è fermato mai un momento. Puù o meno sta cosa qui è il fondamento del buddismo. Tutto cambia. Tutto è in movimento. Per cui non c’è motivo di preoccuparsi troppo. Di mettersi paura. Di concentrarsi sulle possibilità negative. Niente dura. Tutto è in mutamento.
Un giorno gli americani se ne andranno dall’Afghanistan e dall’Iraq. E magari non spareranno più all’impazzata a destra e a manca. Come hanno fatto negli ultimi due giorni. Un giorno non ci saranno più mine antiuomo fatte apposta per mutilare i bambini. Con colori e forme vivaci. Per farsi raccogliere e per spappolare arti acerbi. Sorrisi per sempre troncati. Un giorno tutto questo cambierà. Un giorno. Chi l’avrebbe mai detto, per sempio, nel 1989, mentre crollava in un silenzio terribile, il muro di Berlino che 18 anni dopo, in Russia, ci sarebbero state manifestazioni a favore del comunismo. Nostalgia di Stalin. Chi lo avrebbe mai detto. Il mondo gira, il mondo va. Lui non si è fermato mai un momento. Ed io mi concentro, si. E mi passa anche bene. Poi però io posso comprarmi una maglietta di cotone made in Turkey a 65 euro. La prendo bianca. Perché a Zanzibar mi devo difendere dalle zanzare. Nonostante faccia la profilassi con il Lariam. Nonostante mi sia preoccupato per niente degli effetti collaterali del Lariam. Visto che per ora non mi ha fatto niente. Ecco. Io so che cambierà. Ed arriverà un giorno, forse, in cui pagherò la penicillina 65 euro. E magari guadagnerò come un operaio Tanzanese. E smetterò di sentirmi una merda. Perché non si può mettersi addosso una maglietta da 65 euro. In Africa. È un insulto. Poi penso che forse, sì, che c’ha ragione il mio nuovo amico del piano di sotto, in veneto. Che dice che la spiegazione è semplice. Che all’equatore non mettono via soldi perché non c’è l’inverno. E che in Italia finisce sempre a tarallucci e vino perché si mangia troppo bene. E probabilmente gli americani sono così stronzi perché sono tutti dei coloni, lo sono sempre stati. La cosa assurda è che se ci pensate un attimo. Se andate a fondo. Se riducete al succo puro e semplice la storia e la sociologia. Beh, funziona proprio così. ![]() postato da: buldra | 21:33
| commenti (5) IL CARRETTINO AZZURRO Non so perché ma durante tutta questa settimana mi sono dimenticato di raccontarvi di un evento fondamentale. Sto parlando della splendida vittoria nel torneo di rugby “6 nazioni” dell’Italia contro la Scozia. Giocata fuori casa. Stavo lavando i piatti quando Venusia mi chiama e mi dice, ecco c’è il rygby. Venusia è veneta, e quindi di rugby capisce. Mi siedo sul divano, pronto ad assistere all’ennesima debacle con onore della mia nazionale, quando dopo appena dieci secondi, vedo uno vestito di blu con la palla ovale in mano che si sciroppa trenta metri di corsa e la mette in meta. Dico, uno dei nostri! Meta trasformata poco dopo da Scannavacca. Sette a zero per noi. E vai! Non faccio in tempo a godermela che proprio Scannavacca intercetta un passaggio scozzese, si beve altri venti metri di corsa e schiaccia un’altra meta in mezzo ai pali. E’ il delirio. Confermato dalla trasformazione: 14 a zero. Poi succede l’incredibile. Dopo pochi secondi un altro giocatore italiano ripete la stessa cosa. Intercetta un passaggio e vola in meta. Meta trasformata dal solito Scannavacca. 21 a zero. Contro la scozia. Fuori casa. Dopo solo sette minuti.
E qui vorrei mandare un messaggio personale a Scannavacca: ma porcoggiuda, ma non potevi svegliarti così anche la mattina della partita contro l’Inghilterra? Già, proprio quella partita dove le hai calciate tutte, e dico tutte FUORI? Va beh, acqua passata. Comunque io e Venusia siamo nel delirio. A questo punto gli scozzesi, però, non perdono la calma. Fanno valere la loro esperienza secolare nel gioco della palla ovale e a colpi di tradizione ci mordono via tre punti con un calcio. Poi ci fanno anche una meta. Poi però, noi, prima della fine del primo tempo, mettiamo dentro un altro calcio anche noi. Siamo in vantaggio bene, bene. Nel secondo tempo la squadra di casa ci infila un'altra meta. E un altro calcio. Ma noi partiamo con il pezzo forte dell’italia. La difesa. Ebbene sì. Anche nel rugby l’arma vincente della nazionale italiana è il reparto difensivo. Solo che nel rugby il gioco in difesa è quasi più spettacolare che quello in attacco. Alla fine riusciamo a fare il numero geniale. Nel rugby la difesa italiana ha un nome, si chiama “carrettino”. Ovvero un pack di mischia stretto e lungo che avanza a forza. E quando dico forza, nel rugby, intendo proprio forza. E davanti a guidare il pack c’è Mr. Troncon, con la palla ovale in grembo, lì che se la tiene come si terrebbe un neonato (questa metafora l’ha creata proprio in quel momento Venusia). E con tutto il carrettino sgarrupato italiano passiamo la linea di meta scozzese. Scannavacca ri-trasforma. E bye bye Scotland! Beh, ragazzi, vedere l’Italia vincere a rugby è davvero emozionante. Anche perché è da un paio d’anni che la seguo, e devo dire che ne osservo proprio i progressi tecnici. Gli azzurri del rugby ora sono ad un livello in cui manca loro veramente poco per poter essere alla pari delle altre nazioni più blasonate d’Europa. E quel poco che manca è soprattutto nella mentalità. E non più nella tecnica. Prova ne è il fatto che, nella partita precedente contro l’Inghilterra, il buon Scannavacca ha sbagliato tutti, e dico, tutti i calci. Mentre contro la Scozia non ne ha sbagliato nemmeno uno. E se non gli avesse sbagliati contro gli inglesi, forse avremmo anche vinto. Prova ulteriore è il fatto che Troncon è stato giudicato dagli addetti ai lavori “man of the match”. Sia contro la scozia che contro l’Inghilterra. E vederlo giocare mentre smista i palloni e li pulisce dalla mischia azzurra, vi giuro che è una goduria. Abbiamo una mischia, appunto, fenomenale. Dobbiamo migliorare i calci. E il gioco alla mano. La fallosità e anche le piccole ingenuità. Ma ci siamo. Siamo cresciuti bene. Che bello. Che bello che bello. Grazie al vecchio Mauri e al vecchio Boris che mi hanno messo la pulce rugbystica nell’orecchio. E, soprattutto, viva il carrettino azzurro. Un giorno, checcazzo, lo vinceremo il fottutto sei nazioni! postato da: buldra | 22:11
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